Verso una nuova sanità di prossimità

Verso una nuova sanità di prossimità

In un nuovo studio Nomisma-Rekeep gli interventi infrastrutturali necessari per un’assistenza sanitaria territoriale

Lo studio, partendo dalla situazione attuale e dal modello di Sanità delineato nel PNRR, punta a definire benefici ed investimenti necessari per la realizzazione di Ospedali di Comunità, Case della Comunità e Residenze Sanitarie Assistenziali. Per ogni euro investito si possono generare ben 3,5 euro e numerosi ulteriori effetti positivi: dal miglioramento delle prestazioni ambulatoriali alla riduzione degli accessi impropri in Pronto Soccorso fino alla riduzione delle emissioni in atmosfera stimabili in 117 milioni annui di CO2 riqualificando immobili ad uso sanitario dismessi. Un contributo importante potrebbe arrivare dal coinvolgimento dei privati del facility management.

Come ripensare l’assistenza sanitaria italiana per guardare oltre la pandemia e colmare le fragilità del Sistema Sanitario Nazionale emerse durante il Covid-19? Che cosa prevede il PNRR? Quali gli investimenti necessari e quali gli impatti sanitari, sociali economici ed ambientali conseguibili? Sono solo alcune delle domande a cui intende fornire una risposta la nuova ricerca realizzata dalla società di studi economici Nomisma e da Rekeep S.p.A., capofila del principale gruppo italiano attivo nell’integrated facility management, che si focalizza sugli spazi e le strutture necessari per portare cura e assistenza più “vicine” alle persone, superando le criticità emerse durante la pandemia.

Il nuovo studio fa seguito a quello condotto nel 2020 dal titolo Un Green New Deal sul patrimonio immobiliare pubblico: nuove economie ed effetti ecosistemici, in cui erano stati analizzati i tanti risultati positivi conseguibili attraverso interventi di riqualificazione energetica e sismica del patrimonio immobiliare pubblico non residenziale, in massima parte uffici comunali e scuole territoriali. Il denominatore di entrambi è, quindi, comune: Sanità e Scuola costituiscono, infatti, gli ambiti di sviluppo prioritario di ciascun Paese.

Come ripensare l’assistenza sanitaria italiana per guardare oltre la pandemia e colmare le fragilità del Sistema Sanitario Nazionale emerse durante il Covid-19?



Lo Studio si concentra sull’edilizia sanitaria, definendo gli interventi necessari in modo da rafforzare l’assistenza sanitaria territoriale di rete

Lo shock sanitario da COVID-19 ha evidenziato numerose fragilità del Sistema Sanitario Nazionale, comunque fondamentale e con un ruolo cruciale, riconosciuto da tutte le Istituzioni e dai cittadini anche durante il picco dell’emergenza. In particolare, per evitare un eccessivo sovraccarico sul Sistema centrale risulta necessario, così come indicato anche dal PNRR, migliorare l’assistenza territoriale. In tale direzione, come emerso anche dai diversi workshop organizzati da Nomisma nell’ambito dello studio, con la partecipazione di Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCEO), Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI) e dell’Associazione Medici Dirigenti Sanitari (ANAAO-ASSOMED), oltre che di numerosi esperti di politica sanitaria e management della sanità, risulta sicuramente prioritario investire sull’incremento e la formazione del personale e su tecnologia e ricerca, ma un ruolo fondamentale è ricoperto dallo sviluppo di una rete di strutture territoriali che possano diventare punto di riferimento per i cittadini.

Lo Studio, partendo dalla situazione attuale - ovvero dalle strutture sanitarie già operanti sul territorio italiano - e dal modello di sanità delineato nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) - si concentra, quindi, sull’edilizia sanitaria, definendo gli interventi necessari su Ospedali di Comunità, Case della Comunità e Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) in modo da rafforzare l’assistenza sanitaria territoriale di rete, oltre ai relativi benefici economici, sociali ed ambientali.

Ma quale è lo stato e la consistenza del patrimonio immobiliare sanitario italiano disponibile? È possibile recuperare o riutilizzare parte degli immobili attualmente non utilizzati o dismessi?


Lo Studio analizza il patrimonio immobiliare pubblico non residenziale afferente all’edilizia sanitaria attraverso i dati forniti dal Ministero della Salute e dal Dipartimento del Tesoro. Le strutture sanitarie presenti in Italia e attualmente mappate dal Ministero della Salute sono 27.211, di cui 995 ospedali:

I dati evidenziano, quindi, che esiste non solo un gap regionale da colmare riequilibrando la situazione attuale in funzione della concentrazione della popolazione delle Regioni, ma anche la necessità di potenziare la rete territoriale al fine di non sovraccaricare i centri di più grandi dimensioni. Il dato sugli immobili a destinazione sanitaria non utilizzati apre, inoltre, anche la strada ad importanti ragionamenti sull’utilizzo del suolo esistente rispetto all’utilizzo di nuovo e all’opportunità di far fronte al fabbisogno di servizi e posti letto preservando il territorio e favorendo la sostenibilità ambientale.

Quali sono i fabbisogni per realizzare il modello atteso di sanità territoriale?


Lo Studio stima, quindi, il fabbisogno standard (numero di strutture di cui ci sarebbe bisogno per rafforzare l’assistenza sanitaria territoriale) per ciascuna delle 3 tipologie di strutture:

Ospedali di Comunità

Attualmente in Italia sono attivi 163 Ospedali di Comunitàche mettono a disposizione 3.163 posti letto, concentrati prevalentemente in Veneto (1.426 p.l.), Marche (616 p.l.), Lombardia (467 p.l.) ed Emilia-Romagna (359 p.l.). Il PNRR prevede di realizzarne 381.

Per raggiungere il fabbisogno standard di 1 struttura ogni 50.000 abitanti, pari a 1.205 Ospedali di Comunità sarebbe, tuttavia, necessario prevedere l’attivazione di ulteriori 661 Ospedali di Comunità - per un totale di 1.042 strutture e 13.220 posti letto.

Case della Comunità

Ad oggi in Italia sono attive 489 Case della Comunità (strutture che in alcune aree coincidono con le cosiddette “Case della Salute”) e la Regione che ne ha di più è l’Emilia-Romagna (124), seguita da Veneto (77), Toscana (76) e Piemonte (71). Nessuna struttura di questa tipologia è invece presente in Lombardia. Nel PNRR è prevista l’attivazione di 1.288 Case della Comunità entro il 2026 ma per un’assistenza adeguata occorrerebbe avere complessivamente 3.010 strutture.

Per raggiungere il fabbisogno standard, pertanto, sarebbe necessario attivare ulteriori 1.233 strutture.

RSA

Attualmente l’offerta di RSA in Italia è pari a 14,6 posti letto ogni 1.000 anziani residenti (popolazione con 65 anni o più). Esiste una forte sproporzione tra il Nord e il Sud del Paese in termini di offerta: la Provincia Autonoma di Bolzano dispone di 42,6 posti letto ogni 1.000 anziani, il Veneto 28,4 p.l., l’Emilia-Romagna 15,7 p.l., il Lazio 5,9 p.l., la Campania 1,4 p.l., il Molise 0,8 p.l., la Valle d’Aosta non possiede alcuna struttura.

Per raggiungere il parametro-obiettivo di 10 posti letto ogni 1.000 anziani - sotto al quale si posizionano ben 11 Regioni, quasi interamente appartenenti al Sud del Paese - è necessario attivare 527 strutture, per un numero complessivo di 36.890 posti letto, sotto l’ipotesi di 70 posti letto in ciascuna struttura.

Quali sono gli investimenti necessari?


Nel PNRR è previsto uno stanziamento di 1 miliardo di euro per la realizzazione di 381 Ospedali di Comunità e di 2 miliardi di euro per 1.288 Case della Comunità, oltre a 308 milioni di euro da destinare alle residenze per anziani. Gli importi sono comprensivi delle spese per gli impianti tecnologici. Per la realizzazione delle ulteriori strutture lo Studio indica che sono tuttavia necessari:

In totale, dunque, per attuare il modello di sanità territoriale delineato dal PNRR sarebbero necessari 8,2 miliardi di euro (importo comprensivo delle spese per gli impianti tecnologici) intervenendo su 3.563 strutture, corrispondenti ad una superficie di circa 5,4 milioni di mq. Parte di questo importo, pari a 3,308 miliardi di euro, è già previsto nel PNRR, mentre sarebbero necessari ulteriori 4,907 miliardi di euro per completare tutti gli interventi.

8,2 mld/€
fondi necessari per attuare il modello di sanità territoriale delineato dal PNRR
3,308 mld/€
importo previsto nel PNRR
4,907 mld/€
fondi mancanti

Come e dove reperire le risorse per la realizzazione delle ulteriori strutture?


Un contributo importante potrebbe arrivare anche dal coinvolgimento degli operatori privati, non solo la sanità privata che potrebbe essere interessata ad investire nella realizzazione di nuovi spazi, ma anche gli operatori dei servizi a supporto della sanità, facility management in primis, attraverso la formula del Partenariato Pubblico Privato (PPP), una soluzione che prevede di affidare a una società esterna gli interventi che vengono ripagati attraverso la gestione successiva dell’immobile, o attraverso operazioni in project financing. Le imprese private potrebbero, quindi, essere un alleato fondamentale della Pubblica Amministrazione, in grado di mettere a sistema risorse aggiuntive in una logica acceleratoria degli investimenti, oltre a fornire le competenze progettuali per generare reali efficienze e riduzione dei consumi, in particolare nell’ipotesi della riqualificazione di edifici dismessi.

Sia nella fase di sviluppo, che a regime, quindi, sia nel caso di interventi di riqualificazione edilizia del patrimonio pubblico, sia nella gestione dei servizi sanitari, il PPP si configura come un valido strumento per una diversificazione del rischio e un’attività di co-progettazione e co-gestione che non può rimanere appannaggio esclusivo del settore pubblico, considerando anche l’effort complessivo.

Quali i benefici economici, sociali, sanitari ed ambientali?



Per ogni euro investito nella riqualificazione e ristrutturazione delle strutture identificate si genererebbero 3,5 euro

L’investimento complessivo, pari a 8,2 miliardi di euro, potrebbe generare un volano economico a livello nazionale pari a 25,7 miliardi di euro (di cui 17,1 miliardi di euro quale impatto diretto ed indiretto sulla produzione e 8,6 miliardi di euro quale impatto indotto sull’economia). Per ogni euro investito nella riqualificazione e ristrutturazione delle strutture identificate si genererebbero, quindi, 3,5 euro. A questo si deve aggiungere un ulteriore beneficio economico a regime – ovvero una volta terminata la fase di sviluppo delle strutture – nei settori dei servizi sanitari e delle facilities. È così possibile osservare un effetto propulsivo che vede a regime un beneficio di 160 milioni di euro per i servizi di facilities (pulizie vigilanza, mensa, lavanderia e manutenzioni).

Ancora più significativi, inoltre, gli effetti positivi in ambito sociale e sanitario, tra cui:


Lo Studio stima che larga parte degli investimenti aggiuntivi potrebbe essere realizzata raggiungendo l’obiettivo del consumo di suolo zero

Fondamentale, inoltre, la possibilità di ridurre la percentuale di accessi impropri in Pronto Soccorso, attualmente pari, secondo uno studio AGENAS, al 30%.

Incrociando i dati relativi all’anagrafe, alla proprietà, all’utilizzo e alle principali caratteristiche immobiliari a livello territoriale lo Studio stima, inoltre, che, rispetto a quanto già finanziato dal PNRR, larga parte degli investimenti aggiuntivi potrebbe essere realizzata raggiungendo l’obiettivo del consumo di suolo zero, per il 77% attraverso riqualificazioni di strutture esistenti e per il restante 23% con interventi di demolizione e ricostruzione.

Intervenendo sulla riqualificazione di strutture inutilizzate o inutilizzabili si potrebbero, inoltre, generare numerosi ulteriori benefici in termini ambientali tra cui:

Per quanto riguarda la sostenibilità economica degli investimenti pluriennali stimati dalla ricerca, è importante sottolineare che gli unici interventi che necessiterebbero di strumenti di incentivazione da creare ex novo risulterebbero quelli legati alla messa in sicurezza sismica degli edifici che riguardano in particolare le Regioni del Centro-Sud Italia, in cui il rischio è più elevato, dal momento che, fino ad oggi, tali operazioni hanno giovato solo di sporadiche erogazioni di risorse da parte dello Stato. Per quanto riguarda, invece, gli interventi per la riqualificazione energetica degli edifici, gli investimenti potrebbero già contare su un contributo importante da parte dei privati attraverso la formula del Partenariato Pubblico Privato, una soluzione che prevede di affidare a una società esterna gli interventi che vengono ripagati attraverso la gestione successiva dell’immobile. Se a ciò, tuttavia, si affiancassero meccanismi di incentivazione (come ad esempio, il Conto Termico,già disponibile, o un “Superbonus PA” simile a quello approvato dal Decreto Rilancio per l’edilizia residenziale), nella maggioranza dei casi sarebbe necessario solo un ridotto contributo degli Enti Locali.

Per la fattibilità della proposta risulterebbe, inoltre, fondamentale favorire un’aggregazione tra Comuni, soprattutto tra quelli di piccole e medie dimensioni, in modo da permettere loro di raggiungere una massa critica in grado di garantirgli idonee competenze per valutare i diversi progetti o di accedere alle competenze disponibili nel più vicino Comune capoluogo di Provincia o nella Città Metropolitana di riferimento. Nella stessa direzione, il sostegno delle capacità progettuali e valutative delle Città metropolitane o dei Comuni capoluogo, opportunamente incentivati, può rappresentare un elemento dirimente per attivare risorse in modo capillare ed efficace su tutto il territorio nazionale.